Puntuale come gli alberi di Natale a dicembre, la questione del nucleare iraniano è tornata al centro del dibattito politico internazionale. Si è parlato moltissimo del rapporto pubblicato dall’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) lo scorso 8 novembre. Se ne è parlato molto prima ancora che il rapporto fosse di pubblico dominio. Il quotidiano francese Le Figaro aveva preannunciato prove schiaccianti circa il carattere militare del programma iraniano. In realtà, ad esaminare con attenzione le 14 pagine del rapporto GOV/2011/65, non solo non si trova alcuna “pistola fumante”, ma è difficile persino rintracciare sostanziali novità riguardo altri rapporti dell’AIEA sulla stessa questione. L’agenzia passa in rassegna lo stato dei vari impianti e dichiara di “non essere in grado di fornire credibili assicurazioni sull’assenza di materiali e attività nucleari non dichiarate”.
Facciamo un passo indietro.
La querelle dell’atomica iraniana comincia nel 2002, quando tecnici russi cominciano a collaborare con gli iraniani per la costruzione di un reattore nucleare a Bushehr. Sempre nello stesso anno, i Mojaheddin-e Khalq (MKO), controverso gruppo politico d’opposizione al regime iraniano, rivela che Teheran si starebbe per dotare di armi nucleari. Nel febbraio 2003 l’allora presidente Mohammad Khatami ribadisce il carattere pacifico del programma nucleare, comunica all’AIEA l’attività dell’impianto di Natanz, e invita gli ispettori. Il 26 novembre è la stessa Agenzia ad approvare una risoluzione di collaborazione con l’Iran. Per qualche tempo la situazione sembra sotto controllo. Con l’elezione di Ahmadinejad nel 2005 il programma nucleare torna d’attualità e si comincia a parlare di “minaccia iraniana”.