Alfonso Cano, il comandante delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) ucciso il 4 novembre, aveva l’aspetto del professore: gli occhiali spessi, la barba curata, il corpo non proprio atletico, insaccato nella tuta mimetica, e la dialettica appassionata. Era il più eloquente portavoce di un sogno rivoluzionario che negli anni si è legato in maniera indissolubile con il traffico di droga e i rapimenti di uomini politici e di civili. Un Che Guevara colombiano che aveva abbracciato, nel 1968, il «dio che ha fallito», come è stato definito il marxismo-leninismo. Braccato nelle montagne del Cauca, è stato venduto da spie governative che, sembra, erano in grado di riferire anche cosa mangiasse a colazione.